BrewDog Distilling Company: DNA italiano nei distillati scozzesi

«Quando partii per la Scozia, avevo in valigia più libri sul birrificio che abiti». Così Daniele Buonincontri, attualmente Distilling Process Manager in BrewDog Distilling Co., racconta l’inizio dell’avventura che lo ha portato, la notte del 1 gennaio 2016, a fare il suo primo turno come brewer assistant in BrewDog.

Daniele Buonincontri (@Society Aberdeen Journals Ltd)

Trentatrè anni, padovano e con in tasca una laurea in Scienze e Tecnologie alimentari, giunge a Glasgow nel 2014, dove si guadagna da vivere mentre studia l’inglese. Dopo un periodo come addetto alla linea di imbottigliamento e assistant brewer in Black Isle Brewery (Inverness), approda in BrewDog.

In principio era la birra

Corre l’anno 2006 quando Martin Dickie e James Watt fondano a Fraserburgh (Scozia) il birrificio artigianale BrewDog, che nel 2012 si trasferisce a Ellon, a nord di Aberdeen. BrewDog si afferma rapidamente nel panorama internazionale, divenendo simbolo di uno stile birrario con la sua luppolatissima e tutt’altro che convenzionale Punk Ipa, oltre che con una comunicazione fuori dagli schemi. Il progetto cresce a gran velocità – anche grazie alla scelta vincente di raccogliere i fondi necessari all’espansione attraverso il crowdfunding business – e porta rapidamente BrewDog nel mondo intero, con stabilimenti (oltre che in Scozia) a Berlino, a Columbus (Ohio) e in Australia (cui se ne sta aggiungendo uno a Hong Kong) e pub pressoché ovunque, Italia compresa. In Scozia, a Ellon, sorgono rispettivamente nel 2012 e nel 2017 un birrificio da 100 ettolitri, dove verranno prodotte le birre più di nicchia (tra cui anche le alcohol free), e uno da 300 ettolitri, ove viene concentrata la produzione delle headliner. A questi due stabilimenti si affiancano, sempre a Ellon, una pilot brewery da 20 ettolitri dedicata alla sperimentazione di nuovi prodotti, e OverWorks, luogo destinato alle fasi di fermentazione spontanea di mosti prodotti nel birrificio da 100 ettolitri e al successivo affinamento in botte, per la produzione di birre acide.

«Quando sono entrato in BrewDog – racconta Daniele – si producevano 125.000 ettolitri di birra l’anno, mentre il 2020 ha chiuso a 650.000. Un salto del genere in cinque anni è stato possibile, senza perdite di qualità, soltanto grazie al controllo rigorosissimo da sempre applicato a tutto il processo produttivo, che in BrewDog è quasi maniacale». Un controllo che parte dagli ingredienti e arriva sino alla bottiglia, ma va anche oltre. Con la scelta attenta dei migliori distributori e con un “controllo sul territorio”, nei pub, dove si va a verificare che la birra BrewDog sia qualitativamente ineccepibile.

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