Assodistil: le distillerie italiane? Perfetto esempio di economia circolare

Far conoscere la realtà dell’industria distillatoria italiana nelle sue sfaccettature e sottolinearne la circolarità e la sostenibilità delle produzioni: è stato questo il fine che ha spinto Assodistil, l’Associazione nazionale industriali distillatori di alcoli e acquaviti, a promuovere e redigere, in collaborazione con LifeGate, il primo Report di Sostenibilità del settore, presentato in diretta streaming con un webinar al quale hanno partecipato Antonio Emaldi e Sandro Cobror – presidente e direttore dell’Associazione –, Paolo De Castro – eurodeputato e membro della commissione Agricoltura e Sviluppo rurale –, Filippo Gallinella – deputato e presidente della commissione Agricoltura – e Silvia Totaro – sustainability specialist di LifeGate.

Nata nel 1946 per salvaguardare diritti e interessi delle distillerie italiane, AssoDistil conta circa 60 imprese associate e rappresenta oltre il 95% della produzione nazionale di alcol di origine agricola. A partire dallo scorso anno l’Associazione ha deciso di intraprendere un percorso di rendicontazione periodica delle performance di sostenibilità di 11 aziende indicative del comparto, rappresentanti l’80% delle sezioni merceologiche di interesse (acquaviti e alcol industriale): Bottega Spa, D’Auria Distillerie & Energia Spa, Distilleria Bertolino, Distilleria Deta Srl, Distilleria G.Bertagnoli Srl, Distilleria Marzadro Spa, Distillerie Bonollo Spa, Distillerie Bonollo Umberto Spa, Distillerie Mazzari Spa, Fratelli Francoli Spa, Ima Srl – Industria Meridionale Alcolici (Gruppo Bertolino).

I risultati dello studio hanno permesso di analizzare, per la prima volta, le performance sociali, ambientali e di governance di queste distillerie nell’anno 2019, soffermandosi sui principi che hanno ispirato il settore fin dalla sua nascita – economia circolare, concetto di zero waste, riutilizzo delle risorse – e che hanno contribuito a creare un comparto a ridotto impatto, energeticamente autosufficiente e sostenibile dal punto di vista economico e occupazionale. Il processo di lavorazione delle distillerie prevede un ciclo chiuso, in cui per ogni materia prima lavorata (proveniente per il 35% da fornitori locali) vengono generati residui che consisteranno nella materia prima di un successivo ciclo produttivo. L’industria distillatoria, infatti, dà vita a una vasta gamma di prodotti che si rivolgono al mercato alimentare, alla produzione di alcol per uso carburante (bioetanolo) e per uso industriale e alla produzione di acidi organici, olii vegetali, polifenoli, mangimi e fertilizzanti; i residui del processo di distillazione sono poi reimpiegati per produrre energia elettrica verde, biogas e biometano, migliorando la qualità dell’ambiente e costruendo una filiera virtuosa di gestione e valorizzazione dei sottoprodotti.

Il primo dato significativo emerso dal report è che, senza l’attività delle distillerie, nel 2019 sarebbero state immesse in atmosfera 500.000 t di CO2 in più, pari alle emissioni di una città di 10 milioni di abitanti. È risultato, inoltre, che il settore disponga di una potenzialità installata per l’ottenimento di oltre 300.000 m³ all’anno di bioetanolo sostenibile e che i residui della distillazione – prestandosi a essere riutilizzati come biomasse combustibili – consentano la produzione di quasi 300.000 MWh all’anno di energia elettrica, destinata principalmente all’autoconsumo (un dato che tiene conto anche della digestione dei reflui, soprattutto borlande). Lo scorso anno sono stati generati, nello specifico, 606.795 Gj di energia, con un recupero di energia sui rifiuti dell’88,9%, pari a 12.541 tonnellate. Le associate, molte delle quali dotate di impianti a energie rinnovabili (nel 2019 il totale di energia green autoprodotta è stato di 3.732.000 Gj), si contraddistinguono per una gestione virtuosa di materiali e rifiuti (quasi inesistenti), prediligendo prodotti riciclabili, riutilizzando le acque di lavorazione e aderendo a programmi di riforestazione e di recupero e valorizzazione degli scarti; i rifiuti pericolosi costituiscono, per questo, lo 0,5% del totale e, di questi, solo lo 0,3% è inviato in discarica.

Il report, strutturato secondo un modello People-Planet-Profit – volto a dimostrare come sia possibile creare profitto rispettando l’ambiente e investendo in benessere e formazione per gli operatori –, è stato redatto in conformità ai “Global Reporting Initiative Sustainability Reporting Standards” definiti nel 2016 dal Global Reporting Initiative (GRI), il riferimento internazionale più diffuso per la rendicontazione di sostenibilità.

«Il nostro grazie va alle distillerie protagoniste dell’analisi, che hanno dimostrato, con il loro lavoro quotidiano, quanto sia possibile fare sul fronte della sostenibilità, del risparmio energetico e delle best practices in favore dell’ambiente – ha commentato Antonio Emaldi, presidente di Assodistil –. Questo è solo il punto di partenza per arrivare, in futuro, a un approccio olistico coerente con lo sviluppo sostenibile del nostro Paese».

Anche Paolo De Castro, accennando alle risorse che verranno sbloccate per la politica agricola grazie all’accordo sul recovery found, ha precisato quanto fondamentale sia, per la prospettiva del green new deal, trovare un equilibrio di sviluppo tra sostenibilità ambientale, economica e sociale. «Deve iniziare una fase nuova, che andrà tradotta in atti legislativi e in misure concrete; una riforma che dovremo mettere in atto con gli agricoltori e tutti i protagonisti delle diverse filiere. In questo percorso vogliamo far maturare l’idea di sostenibilità da parte del nostro sistema produttivo: l’Europa ci sta scommettendo molto e un plauso va a chi, come AssoDistil, si sta muovendo in questa direzione».

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