La Cantina Urbana® di Milano

Quello aperto a Milano sul Naviglio Pavese è molto più di un locale. L’idea che ha rotto gli schemi dello stare insieme davanti a un bicchiere di buon vino l’ha avuta Michele Rimpici, 40 anni, sommelier con esperienze in Italia e all’estero sia in prestigiosi ristoranti sia in importanti aziende vinicole di calibro internazionale. «Il mio intento era avviare qualcosa di ancora più innovativo e che allo stesso tempo richiamasse uno stile di vita italiano, capace di mostrare agli amanti del vino in maniera attraente e trasparente come si ottiene un prodotto di qualità». Trasparente non è un termine usato a caso da Rimpici che ha allestito Cantina Urbana con i criteri che hanno decretato il successo sia dei ristoranti con cucina a vista sia dei birrifici artigianali che non nascondono i macchinari con i quali preparano il mosto e lo portano in fermentazione prima di imbottigliare la birra.

Solo da uve preziose

Già perché Cantina Urbana prima di essere luogo di vendita e mescita è luogo di produzione. La novità più eclatante sta proprio nel produrre qui il vino proposto insieme a prelibatezze alimentari selezionate con cura. Rimpici, che ha avuto modo di apprezzare vini di ogni parte d’Italia, ha individuato alcuni valenti coltivatori dai quali si fa spedire le uve al punto giusto di maturazione per pigiarle e trasformarle in vino. I clienti possono infatti vedere da vicino diraspatrice, pigiatrice, vasche di fermentazione, anfore di terracotta e botti in cui il nettare di Bacco riposa prima di essere pronto per essere imbottigliato ed etichettato. «Che siano uve lombarde, siciliane o pugliesi l’importante è che siano di ottima qualità. Viaggiando su camion refrigerati e in contenitori appositi che le mantengono perfettamente integre fino all’arrivo riversano nel vino tutti gli aromi che le rendono preziose», afferma Rimpici orgoglioso di quanto prodotto finora con un bassissimo tenore di solfiti.

La qualità è preservata

Che la materia prima possa percorrere anche centinaia di chilometri giungendo inalterata a destinazione non è di per sé una novità: «A Milano giungono quotidianamente mozzarelle di bufala dalla Campania e gamberi da Mazara del Vallo con tutte le loro caratteristiche organolettiche per non parlare delle banane e della frutta esotica in genere che attraversa gli oceani prima di fermarsi sulle tavole dei consumatori – aggiunge Rimpici – di conseguenza non vedo la ragione concreta per cui questo non possa avvenire con l’uva. Certo, non posso pretendere di dichiarare la denominazione d’origine, controllata o garantita, per i miei vini anche se queste diciture tutte italiane lasciano un po’ il tempo che trovano». Che intende dire? chiediamo. «Durante le mie esperienze professionali all’estero ho avuto modo di notare le perplessità evidenti che la distinzione tra DOC e DOCG suscita di primo acchito». «Sorge spontaneo chiedersi – prosegue Rimpici – perché vi sono denominazioni d’origine solo controllate e altre pure garantite. Ovviamente s’innesca nell’interlocutore il dubbio che il controllo non sia garantito per entrambe le categorie di vini. E che a giocare con le parole possano essere degli stranieri potrei capirlo, ma che ci si perda noi italiani in particolari che possono prestarsi a così facili obiezioni mi sembra il colmo. Dirò di più: dò per scontato che nell’opinione comune il vigneto debba essere a poca distanza dal luogo di lavorazione delle uve, ma nella realtà spesso le cose non stanno affatto così. Vi sono cantine sociali verso le quali convergono uve coltivate a 50-60 chilometri e oltre eppure le stesse cooperative o consorzi si distinguono per prodotti eccellenti che hanno conquistato i mercati grazie all’attenzione crescente dedicata alla cura della qualità sul terreno e in cantina».

 

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