Birra di Meni, passione ‘artigianale’

Intervistando Domenico Francescon, titolare e fondatore del marchio “Birra di Meni”, impariamo come dalla passione di un singolo si possa avviare un’attività che serve birra artigianale nel nord Italia.

Domenico Francescon, “Meni” per gli amici, si è avvicinato alla produzione di birra venticinque anni fa con mezzi e capacità “embrionali”. Professionista nell’edilizia, dopo studi approfonditi, corsi di produzione di birra e la successiva creazione del birrificio, l’imprenditore ha tramutato un hobby in attività continuativa.

A distanza di tempo, come si è evoluta la produzione della Birra di Meni?

Dalla prima birra prodotta ad oggi, mi sono fatto prendere la mano e ora siamo arrivati a quota quindici birre diverse. Otto sono birre classiche che spaziano dalla Lager alla Bock, dalla Schwartz alla Weisse, fino alla Blanche; le altre sette, invece, sono birre aromatizzate: castagna, zucca, miele, fiori di sambuco, mele, ciliegie (in questa categoria rientra la Barley wine). L’azienda è a conduzione familiare: con l’impegno mio, di mio figlio e di mia moglie quest’anno contiamo di superare i 500 hl di produzione complessiva. Le tre persone che lavorano in azienda si dividono tra laboratorio, ufficio, spedizioni e marketing. Le referenze più richieste sono le classiche lager, questo perché la grande maggioranza dei consumatori è abituata a bere la birra quando fa caldo oppure abbinata alla pizza. Fortunatamente serviamo anche una fetta di consumatori, che definirei appassionati, in grado di apprezzare una birra diversa dalle solite chiare e specialmente, diversa da quelle industriali.

Domenico Francescon, “Meni” per gli amici
Domenico Francescon, “Meni” per gli amici

La scelta delle materie prime è essenziale per la produzione di una birra di qualità.

Le materie prime, specialmente i malti, provengono prevalentemente dalla Germania, benchè abbiamo fornitori anche in Belgio e Inghilterra; alcuni luppoli, invece, fanno il giro del mondo prima di arrivare nel nostro stabilimento: provengono da Australia, Nuova Zelanda o dall’America e li acquistiamo tramite un importatore locale.

Mettendo su un piatto della bilancia le fasi “manuali” (la precisione umana, l’esperienza) e, sull’altro, la tecnologia, da quale lato pende oggi l’ago?

Con un impianto da sei ettolitri semiautomatico come il nostro, il lavoro manuale è ancora essenziale nei vari processi di produzione, rimanendo anche molto importante nelle fasi di pulizia. Abbiamo un impianto dalla capacità di 600 litri, oltre a cinque fermentatori della stessa capacità e un impianto di imbottigliamento non isobarico con 12 ugelli ruotanti per il riempimento delle bottiglie. Questo modello è commercializzato dalla ditta G. & B. di San Giorgio della Richinvelda, un’azienda che dista pochi chilometri da noi e che si è specializzata nella costruzione di impianti per l’enologia. Per imbottigliare occorrono due persone: una a caricare le bottiglie e una a riporle in dei cassoni dove esse sostano in attesa della successiva fase, ossia l’etichettatura. Questo processo, compiuto tramite una etichettatrice automatica fornita sempre dalla ditta G. & B., necessita di due operatori: uno che carica le bottiglie ed uno che le ripone nei cartoni. Per imbottigliare 600 litri ci vogliono circa 2 ore – con una imbottigliatrice isobarica si impiegherebbe molto meno tempo perché bypasseremmo il problema della schiuma: se decidessimo di ingrandirci, oltre ad una caldaia più capiente, penseremmo anche a una imbottigliatrice più veloce e performante.

Negli ultimi anni la vendita della Birra di Meni è aumentata. I vostri impianti riescono a soddisfare gli incrementi di produzione?

Qui non stiamo parlando di semplice birra bensì di birra prodotta da un’azienda artigiana che lavora con passione, senza contare le ore, al fine di ottenere un prodotto superiore. In questo momento in Italia la birra artigianale copre solo il 5% del consumo totale legato al settore; il trend è in crescita grazie alle varie manifestazioni legate a questa nicchia di prodotto e grazie alla presa di coscienza che questa birra è veramente diversa. Con le sue innumerevoli varianti la birra artigianale può egregiamente sostituire il vino durante il pranzo.

Per una minuscola realtà come la vostra, quanto incide la burocrazia? Quanto le certificazioni, le normative e lo scenario grava su un produttore di piccole dimensioni?

Una realtà come la nostra paradossalmente non avrebbe ragione di esistere e purtroppo me ne sono accorto in ritardo. Con una produzione così ridotta ci sono le spese fisse che incidono molto sul prezzo finale del prodotto. Ci sono degli adempimenti che vanno risolti ad ogni scadenza.
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Accisa nera
A proposito di burocrazia e di complicazioni che penalizzano i microbirrifici, si segnala il progetto “Accisa nera”. Si tratta di una birra creata a livello “collettivo” da piccoli produttori e home brewers al fine di far discutere sull’aumento delle tasse nel settore birra. “Accisa nera” prende il nome tanto dal colore scuro della birra (una stout) quanto dall’idea del “lutto” che colpisce i produttori, frustrati dall’aumento (da 2.70€ a 3.04€ all’ettogrado) delle accise.

 

 

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