Le Pils più buone del mondo sono italiane!

Le Italian Pils hanno già una storia da raccontare. C’era una volta che ci riporta al 1996, quando dall’estro di Agostino Arioli nasce la prima Pilsner con un massiccio uso di luppoli nobili del Tettnang in dry hopping. L’effetto sulla giovane scena birraria di allora è travolgente. Molti birrifici iniziano a ispirarsi a questa ricetta perché la Tipopils (così si chiama la prima Italian Pilsner) è davvero una birra dal grande carattere, non invadente per il palato, beverina e versatile. Nel 2008, altra data importante nella storia di questa categoria di birre, il movimento birrario italiano è più maturo e consapevole e c’è chi inizia a contare gli esemplari sparsi per il territorio nazionale. Le Pils con dry hopping cominciano a essere raggruppate – idealmente – in un’unica sottocategoria. Mostrano, infatti, delle caratteristiche uniche, non inquadrabili nei parametri delle classiche Bohemian né in quelle delle German Pils e più di uno lo sostiene a gran voce.

Ad accogliere il chiacchiericcio di sottofondo, alimentato da birrai italiani e degustatori, è un gruppo di giudici e docenti ADB, tra cui Alessandra Agrestini, Flavio Boero e Davide Terziotti. Nel 2010, infatti, questi caparbi stabiliscono che è il momento di uscire allo scoperto: decidono di proporre al BJCP di definire le Italian Pils come sottostile – ma a sé stante – delle Pils (non filtrate, quindi Kellerpils). Le Italian Pils avrebbero così avuto un grande riconoscimento internazionale, oltre a godere di una categoria più precisa e calzante durante i concorsi. Insieme a Derek Walsh, che conosce bene i meccanismi della stesura della BJCP Style Guidelines, studiano quali possono essere i punti salienti che fanno delle Italian Pils un unicum a livello mondiale. Il racconto, purtroppo, per il momento si interrompe qui. La formale domanda di definizione dello stile Italian Pils si arena – paradossalmente – a causa di uno dei pregi dei birrai italiani: la creatività.

Caratteristiche uniche

La celebre creatività italiana, quanto mai vera quando l’oggetto è la birra, è stato il grande ostacolo per la definizione delle Italian Pils come primo stile italiano. Il motivo è semplice: gli esempi presi in esame, pur distinguendosi dalle altre Pils per il dry hopping, erano troppo diversi a livello di O.G. e IBU per essere presentati come modello. Inoltre, bisogna considerare altri due aspetti fondamentali: il primo, importantissimo, è lo stile “madre” nel quale si andavano a inserire, il secondo è il momento in cui la domanda al BJCP veniva formulata. L’ammissione del sottostile Italian Pils si valutava in base alla categoria 2 delle linee guida del 2008. A quel tempo lo stile Pilsner era suddiviso in 3 sottostili: German Pilsner (classica Pils tedesca, più secca e attenuata dell’equivalente prodotta in Repubblica Ceca); Bohemian Pilsner (rispecchia le caratteristiche della Pilsner creata da Josef Groll nel 1842, più corpo e malto di una German); Classic American Pilsner (cioè le Pilsner tedesche prodotte dagli immigrati che venivano dall’Europa, fatte con malto d’orzo esastico molto proteico e tagliate con mais, al 20%-30%.)

Come intuibile, uno degli stili birrari per eccellenza è anche uno tra i più definiti, sia storicamente sia dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche. Inoltre, l’edizione del 2008, nel momento in cui la proposta 100% italiana veniva formulata, si presentava fin troppo rigida verso l’introduzione di novità.

Le revisioni del 2015

L’edizione successiva della guida, uscita nel 2015, ha portato un piccolo sconvolgimento. Uno dei primi, visto che per stare al passo con i tempi e in attesa dell’edizione ufficiale, il BJCP ha istituito degli stili provvisori. Tra le tante novità, lo stile Pilsner è stato uno dei maggiormente rivistati: oggi rimane un unico sottostile, le German, mentre le Bohemian sono finite nelle Czech Premium Pale Lager e anche le Classic American hanno trovato una nuova collocazione nelle Historical Ale, come Pre-Prohibition Lager. In genere, si è notata un’ulteriore parcellizzazione degli stili, attitudine che avrebbe giovato alle Italian Pilsner. In ultimo, è stata poi introdotta la sezione B dedicata alle tipologie regionali che non sono state promosse a stili ufficiali, tra le quali compaiono le IGA, il primo sottostile italiano riconosciuto come tale (altro punto a favore delle Italian Pils).

Alla luce di tutto questo si chiarisce perché a oggi non esista ancora un riconoscimento per questa tipologia: le maglie stilistiche delle Pils erano troppo strette e gli esempi poco riconducibili a un “tipo”.

Due chiacchiere con Agostino Arioli
Agostino Arioli
Agostino Arioli

Che cosa contraddistingue le Italian Pils dalle altre Pils?

La classificazione “Italian Pils” nasce con la Tipopils nel 1996 per diventare in seguito uno standard internazionale per le riletture contemporanee dello stile. In termini strettamente tecnici l’innovazione delle Italian Pils rispetto alle versioni tradizionali tedesche o ceche è l’aggiunta del dry hopping, quindi una carica aromatica da luppolo molto più intensa delle controparti classiche. In termini di gusto, potremmo forse dire che le Italian Pils si contraddistinguono per una ricerca dell’armonia e dell’equilibrio derivante dalla grande sensibilità estetica di noi italiani.

Quali sono le birre che si sono ispirate alla Tipo (dichiaratamente e non)?

Diciamo che, direttamente o indirettamente, tutte le Pils dryhoppate sono “figlie” di Tipopils. Tra le birre e i birrifici che più direttamente ci accreditano l’ispirazione per le loro creazioni sicuramente sono da menzionare Firestone Walker (Pivo Pils) e Oxbow (Luppolo), i nostri partner nell’organizzazione del network internazionale di Pils festival “Pils&Love”, e Russian River dell’amico Vinnie Cilurzo (STS Pils).

Che valore potrebbe avere per il movimento italiano un eventuale riconoscimento (come sottostile) da parte del BJCP?

Sarebbe sicuramente interessante se il sottostile venisse riconosciuto, in quanto l’attenzione internazionale verso la “nostra” versione delle Pils sta vivendo un momento di grande sviluppo. Dato il gran numero di Pils di qualità presente in Italia probabilmente il riconoscimento BJCP del sottostile consacrerebbe definitivamente la reputazione dell’Italia come patria delle Italian Pilsener portando la scena nazionale anche agli occhi di chi non conosce ancora così bene la storia di questo tipo di birre, da Tipopils in avanti.

Credi che sia più rappresentativo dell’Italia birraria rispetto alle IGA?

Sicuramente può contare su vent’anni di storia in più, forse non è più “rappresentativo” in sé ma di certo è meglio connotato e più riconoscibile; data la grande variabilità della definizione IGA che più che rappresentare uno stile vero e proprio definisce un’ampia categoria di prodotti.

Pensi che le Pils vengano sufficientemente valorizzate? Hai notato dei cambiamenti negli ultimi anni?

C’è molta attenzione negli ultimi anni, in Italia così come forse anche di più nel mondo, verso le basse fermentazioni. Ciò comporta sicuramente un’accresciuta attenzione verso le Italian Pils, come anche però – spesso senza alcuna distinzione – verso Helles, non meglio definite “Keller”, e in generale verso una categoria di prodotti che nel corso dei secoli ha portato a quell’appiattimento del gusto in reazione al quale è scaturita la rivoluzione craft. Reputandomi un avanguardista e un guerrigliero della birra artigianale sono contro questa forma di “restaurazione”, e vorrei rilanciare un distinguo tra questo genere di prodotti se vogliamo “nostalgici” e quelli che secondo me invece interpretano l’essenza della produzione artigianale nostrana: ossia birre di carattere, fortemente innovative e individuali. Forse è importante che birrai, publican, bevitori si concentrino sulla pur recente storia della birra italiana e facciano un punto d’orgoglio di produzioni squisitamente “nostre” e univocamente riconosciute, come sono appunto le Italian Pilsener, anziché adeguarsi a tradizioni obsolete importate pedissequamente per semplici questioni di moda o convenienza.

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