Vini Do: da 50 anni vanto della tradizione enologica nazionale

Ricorre il cinquantesimo anniversario dalla emanazione dello storico Dpr 930/1963 sulla tutela delle denominazioni d’origine dei vini. Un decreto che ha contribuito in maniera significativa alla svolta del settore enologico in Italia

1963-2013, le denominazioni d’origine compiono cinquant’anni. Lo storico Dpr numero 930/1963 sulle “Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini” del 12 luglio segnò l’inizio di una nuova era per la nostra produzione vitivinicola, una sorta di “rinascimento” del vino italiano, oggi icona del buon bere nel mondo. Una gestazione lunga, sofferta, travagliata, se già nel lontano 1921 Arturo Marescalchi, fondatore di Assoenologi presentò alla Camera il primo progetto di riconoscimento dei “vini tipici”. Passarono nove anni da quel giorno, poi il progetto rivisto e perfezionato divenne legge, la 1164, che però non entrò mai in vigore a causa della mancanza dei regolamenti attuativi.

Ne scaturì un vuoto legislativo lungo trent’anni, anni densi di proposte, discussioni, convegni… Fu il Trattato di Roma del 1957, dove si parlò di vini a denominazione di origine”, a segnare la svolta, gettando le basi per una regolamentazione a livello europeo, ufficializzata cinque anni più tardi con la norma comunitaria del 4 aprile 1962, a cui seguì l’anno successivo in Italia il Dpr 930/1963. Un decreto riscritto nel 1992, secondo la legge 164, la quale è stata in seguito emendata con il DL 61/2010.

I doc, lustro della produzione europea

Il Trattato di Roma fu decisivo per lo sviluppo della vitivinicoltura europea se oggi, come evidenzia uno studio della Commissione europea su prodotti Dop e Igp, circa il 50% delle vendite comunitarie in volume di vino è rappresentato da vini a indicazione geografica: sono stati 87 milioni gli ettolitri di vino a Indicazione geografica venduti nel 2010, di cui il 70% Dop e il 30% Igp. Lo stesso studio sottolinea come il vino faccia la parte del leone nelle vendite a valore di prodotti a denominazione d’origine se dei 54 miliardi di euro complessivi, 30,4 (56%) sono relativi a questo prodotto il quale distanzia in maniera significativa gli altri prodotti agricoli (29%), gli spiriti e i vini aromatizzati (15%).

Il 93% delle vendite complessive a valore di vino Dop e Igp è a pannaggio di Francia, Italia, Spagna, Germania, Portogallo, il 90% a volume. Leader indiscusso è la Francia che detiene il 35% in volume e 52% in valore, seguita dall’Italia rispettivamente con il 27% e il 19%. Il 63% delle produzioni vinicole a Do europee è stato venduto all’interno dei rispettivi mercati nazionali, il 21% nel mercato UE, Imbottigliamento novembre 2013 11 mentre il restante 16% ha varcato le frontiere comunitarie verso gli Stati Uniti, che rappresentano un terzo complessivo delle esportazioni, Svizzera (11%), Canada (10%), Hong Kong (9%) e Giappone (8%).

521 vini a Do

In tema di vini a denominazione d’origine, siamo, quindi, secondi in Europa solo ai nostri cugini d’Oltralpe. Un’elaborazione ISMEA su dati diversi ha permesso di stimare il valore dell’intera produzione dei vini Dop e Igp in Italia, che nel 2011 è stata pari a 1,5 miliardi di euro e 800 milioni di euro rispettivamente. In base alla consueta indagine annuale ISMEA, nel 2011 sono stati 355 mila gli ettari di vigneto investiti a vino Dop (Doc + Docg) e Igp (Igt), il 53,5% del totale delle superfici vitate in Italia. Sono 521 complessivamente i vini a Do, 330 le Doc, 73 le Docg, 118 le Igt. Il Piemonte è la regione con maggior densità di denominazioni vinicole, sono 58, seguito da Toscana (56), Veneto (52), Lombardia (42).

[box bg=”#cccccc” color=”#000000′ title=”La prossima sfida? Rivalutazione e scrematura delle denominazioni esistenti”]
Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc

La globalizzazione del mercato vitivinicolo ha consentito la crescita della rinomanza e dell’apprezzamento delle denominazioni d’origine italiane, identificate come prodotti unici, frutto della ricchezza e vocazione del nostro territorio. L’impegno di questi ultimi anni, volto alla valorizzazione del nostro patrimonio ampelografico, ha dato i suoi frutti. I Consorzi di tutela, grazie alla riforma avvenuta con il decreto n. 61/2010, sono stati gli indubbi protagonisti di questa fase di lancio delle Do: mediante attività di promozione, svolte in tutto il mondo, hanno permesso che le nostre denominazioni fossero sempre più presenti sui più importanti mercati internazionali, con un livello di prestigio e gradimento dei consumatori al pari, se non superiore, ai tradizionali concorrenti d’Oltralpe.

Il rapporto qualità/prezzo dei vini italiani è assolutamente convincente, ed è quello che comporta anche un aspetto preoccupante su cui dobbiamo ragionare. Negli ultimi anni stanno dilagando i fenomeni di agropirateria, dell’imitazione, dell’Italian sounding che hanno generato dei danni economici molto rilevanti oltre che dei danni a carico dei consumatori sempre più vittime di frodi. Gli elevati standard produttivi e le certificazioni di qualità delle Do italiane più presenti sui mercati esteri vengono minate sia nell’ambito dei Paesi comunitari (per es. “Prisecco/Polsecco” in Germania, “Astiz” in Spagna) sia dei Paesi Terzi (“Chianti Classic” negli Usa, “Lambrusco Frisante” in Brasile, wine-kit venduti in Canada e nel Nord Europa con i nomi di “Barolo”, “Chianti”, “Valpolicella” ecc.). La sfida che ci attende è indubbiamente quella della protezione delle Do.

Dovremmo tramite i Consorzi di tutela affrontare grandi battaglie a livello internazionale, data la scarsa capacità delle istituzioni europee di affrontare la questione con incisività. Lo facciamo tramite la registrazione nei Paesi d’interesse delle nostre denominazioni come marchi a costi molto alti; ma per ottenere risultati importanti è bene iniziare anche una riflessione al nostro interno, e chiedersi se non sia il caso di provvedere a una riforma interna tesa a una rivalutazione delle denominazioni esistenti e a una loro scrematura: è impensabile riuscire in un contesto simile a ottenere la protezione, in sedi di accordi bilaterali con i Paesi terzi, del grande numero delle Doc italiane (330 Doc + 73 Docg, per non parlare delle 118 Igt).

La loro riduzione si rende necessaria procedendo all’eliminazione dei doppioni, delle Do non rivendicate e di quelle prive di radici storiche. In questa maniera sarà possibile anche per l’Unione europea trattare con i nostri antagonisti riuscendo a portare a casa qualche vittoria!
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Il Nord ha la maggiore concentrazione di vini protetti, il 41% del totale, seguono equanimi il centro e il sud Italia (22- 25%), e le isole (12%). Nonostante il gran numero di denominazioni la produzione è fortemente concentrata sulle prime dieci Dop, come sottolinea l’elaborazione ISMEA su dati InfoCamere delle produzioni certificate vini Dop 2011. Guida il Prosecco con 1.308.125 hl seguito da: Montepulciano d’Abruzzo, 945.009 hl; Chianti, 839.317 hl; Asti, 791.930 hl; Conegliano Valdobbiadene, 516.714 hl; Trentino, 449.270 hl; Valpolicella, 442.385 hl; Soave, 433.926 hl; Piemonte 348.567 hl; Alto Adige, 283.305 hl. Un comparto, quello dei vini a Do, che, se da un lato risente della crisi nazionale dei consumi – la flessione in volume per i Dop è stata, sia per i bianchi sia per i neri intorno al 2%, mentre per gli Igp superiore al 4,5% – trova interessanti prospettive all’estero.

Nel 2012 sempre secondo elaborazioni ISMEA, le Dop hanno rappresentato il 23% delle esportazioni complessive in volume e il 38% in valore, le Igp, rispettivamente 26 e 27%. Se è innegabile una flessione dei volumi esportati pari al 3%, i nostri vini a Do hanno registrato un incremento in valore pari al 5%, superando nel 2012, come sottolinea Coldiretti, il tetto storico dei 2 miliardi di euro (2,086). In flessione le consegne di vini Dop negli Stati Uniti, a fronte comunque di un incremento a valore, fl essione anche in Germania e Regno Unito, mentre interessante è la crescita sul mercato giapponese dove i nostri vini Dop sono cresciuti dell’8% in volume e del 23% dei corrispettivi, per i vini Igp +20 e +24% rispettivamente. Bene, infi ne, anche le esportazioni nei Paesi scandinavi con il picco più eclatante in Svezia con un incremento della domanda pari al 25%.

[box bg=”#cccccc” color=”#000000′ title=”Per il futuro, puntiamo sempre più sull’eccellenza”]
Mario Fregoni, presidente Ambasciatori delle Città del vino

Le leggi sulle Do del 1963, 1992 e 2010 non sono perfette, ma hanno avuto il pregio di valorizzare il terroir, il nome geografico. Ora in etichetta dobbiamo metterci i cru e non solo il vitigno che tutti al mondo possono imitare. Il terroir dovrà essere protetto anche nella pianificazione territoriale comunale ed esaltato per evitare una qualità equiparabile a livello mondiale. L’utilizzo di pochi vitigni internazionali a scapito di quelli autoctoni è ormai una realtà che ha portato all’isosensorialità dei vini del mercato mondiale. Il vino eccellente e distinto da una personalità data dall’impronta dell’origine, del genius loci, è l’obiettivo di un Paese come l’Italia che possiede terroir eccezionali e unici al mondo, con oltre 4000 varietà di vite, che possono contribuire, attraverso la biodiversità, a produrre vini inimitabili.

Perseguire la qualità è indispensabile ma non sufficiente. Dobbiamo renderla individuabile e differenziarla, tipicizzarla, incontrando il gusto dei consumatori, giovani specialmente, senza rinunciare alla classe, all’armonia aromatica, frutto della viticoltura e dell’enologia d’eccellenza. Poiché sarà l’esportazione a salvare la viticoltura italiana e non il consumo interno, servirà un’organizzazione più efficiente del mercato estero – la Francia, per esempio, ha un enologo nelle ambasciate dei Paesi a grande consumo di vino. La formazione dei consumatori è, altrettanto indispensabile.

Cultura, qualità ed eleganza dei vini saranno i pilastri del futuro, all’estero ma anche in Italia. Abbiamo storia, monumenti, arte, ambiente, tecnologia, professionalità, ma, spesso, ci comportiamo da principianti!
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Continua …

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