Il riciclo del PET va di moda

Per i vuoti in PET esistono le possibilità di riutilizzo più svariate, dalla fabbricazione di tegole alla costruzione di serre o intere case.  I designer creano borse alla moda, accessori per la casa e oggetti di plastica. Eppure, la maggior parte della plastica in Europa finisce in discarica o negli inceneritori.

“Uno spreco enorme di risorse preziose. Sarebbe come se, ogni anno, gettassimo in discarica dodici milioni di greggio”, ha ammonito il Commissario per l’Ambiente dell’UE Janez Potočnik in occasione del vertice fra i produttori di plastica “PolyTalk” a settembre 2012. Finora in Europa è stato riciclato mediamente il 24% dei contenitori di PET, “troppo poco”, sottolinea Potočnik. “Nel medio termine non possiamo più accettare che la termovalorizzazione prevalga sul riciclo.”

Una dichiarazione politica che, solitamente, preannuncia un intervento deciso da parte del legislatore.

PET in corsia di sorpasso

Secondo Euromonitor, nel 2011 sono stati utilizzati in tutto il mondo 446 miliardi di contenitori in PET. Sono 100 miliardi di pezzi in più, o il 30%, rispetto al 2006: quasi la metà contiene acqua minerale, oltre un quarto bibite.

Entro il 2015 Euromonitor prevede un ulteriore incremento del mercato mondiale delle confezioni per bevande, per arrivare a 1,31 miliardi di pezzi con una quota del 42% per il PET, pari a oltre 500 miliardi di confezioni. Il riciclo del PET diventa così un obbligo, per motivi ecologici ed economici. Come fare, oggi e domani, lo vedremo a drinktec 2013.

Grande potenziale per le bioplastiche

Un’altra possibilità è che il futuro sia nell’utilizzo delle bioplastiche. L’istituto di ricerche di mercato Ceresana Research prevede nel suo studio più  recente un tasso di crescita annuo vicino al 18% per il mercato mondiale delle bioplastiche. Nel 2018 si dovrebbe raggiungere a livello mondiale un giro d’affari superiore a 2,8 miliardi di dollari. Le confezioni prodotte con materie prime rinnovabili come l’acido polilattico (PLA) e il PET di origine vegetale vantano un bilancio eco-climatico nettamente migliore delle plastiche ricavata del petrolio. L’utilizzo di materie prime agricole si scontra però inevitabilmente con la produzione di alimentari, creando un serio conflitto etico nella situazione attuale in cui una larga fetta della popolazione mondiale soffre di sottoalimentazione. Le soluzioni possibili sono diverse, dall’utilizzo di materiali di scarto come materia prima alla creazione di cicli chiusi dei materiali, nei quali i contenitori fabbricati con bioplastiche vengono nuovamente trasformati in confezioni alimentari. Quindi, bioplastica più riciclaggio!

Dalle piante alle bottiglie

PepsiCo ha appena presentato una bottiglia completamente fabbricata con materiale vegetale, in particolare panico verga, corteccia di pino, paglia di mais, e completamente riciclabile. Le bottiglie PlantBottle di Coca-Cola Company contengono attualmente il 14% di materia prima vegetale rinnovabile e il 35% di plastica riciclabile. Anche Coca-Cola punta alla realizzazione di bottiglie vegetali al 100%, completamente riciclabili. Per le plastiche biologiche, in futuro si potranno utilizzare, oltre allo zucchero, anche cascami di mais e scarti alimentari come bucce di arancia e patate o pula di frumento. Il PET “biologico” si comporta nel processo di produzione e riciclo come il PET tradizionale, pertanto può essere lavorato con macchine, impianti e cicli esistenti.

PEF o PET?

La produzione di bottiglie al 100% vegetali con polietilene furano (PEF) è possibile grazie alla tecnologia YXY sviluppata dall’olandese Avantium. Il vantaggio di questo sistema è che si può utilizzare qualsiasi sostanza che contenga carboidrati. La produzione commerciale è prevista dal 2015, con accordi già sottoscritti con Coca-Cola e Danone per avviare la produzione di massa di bottiglie PEF. Le proprietà funzionali, come la leggerezza e le eccezionali proprietà di barriera, ne fanno una valida alternativa al PET. Secondo uno studio del Copernic Institute, il PEF ha un’impronta ecologica inferiore del 50-60% rispetto al PET ricavato dal petrolio.

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